lunedì 15 ottobre 2018

11 Ottobre 2018 #Orangerevolution

I nostri lavori: classe III D

Tema del 2018: With Her: A Skilled GirlForce
Il 19 dicembre 2011, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato l'11 Ottobre Giornata internazionale della bambina, per riconoscere i diritti delle ragazze e le sfide uniche che le ragazze affrontano in tutto il mondo.
L'International Day of the Girl Child focalizza l'attenzione sulla necessità di affrontare le sfide che le ragazze devono affrontare e per promuovere l'emancipazione delle ragazze e il rispetto dei loro diritti umani.
Si è parlato sempre di bambine obbligate dalla famiglia a sposarsi e a subire violenze domestiche e che non hanno il diritto di avere un vita normale.
Le adolescenti hanno il diritto ad una vita sicura, istruita e sana, non solo durante questi anni formativi critici, ma anche quando maturano diventando donne. Se sostenute efficacemente durante gli anni dell'adolescenza, le ragazze hanno il potenziale per cambiare il mondo. Un investimento nella realizzazione del potere delle ragazze adolescenti conferma i loro diritti oggi e promette un futuro più equo e prospero, in cui metà dell'umanità è un partner alla pari nella risoluzione dei problemi del cambiamento climatico, dei conflitti politici, della crescita economica, della prevenzione delle malattie e nell'impegno per la sostenibilità globale.
Negli ultimi 15 anni, la comunità globale ha compiuto progressi significativi nel miglioramento della vita delle ragazze durante la prima infanzia. Dal 2015, le ragazze nel primo decennio di vita hanno avuto maggiori probabilità di iscriversi alla scuola primaria, ricevere vaccinazioni e hanno avuto meno probabilità di soffrire di problemi di salute e nutrizione rispetto alle generazioni precedenti. Tuttavia, vi sono stati investimenti insufficienti nell' iniziare  le sfide che le ragazze devono affrontare quando entrano nella seconda decade della loro vita. Ciò include l'ottenimento di un'istruzione secondaria e superiore di qualità, la prevenzione del matrimonio infantile, la ricezione di informazioni e servizi relativi alla pubertà e alla salute riproduttiva e la protezione da gravidanze indesiderate, malattie sessualmente trasmesse e violenze di genere. La strada è ancora lunga ma passo dopo passo si può migliorare.

 Classe III D



Giornata Europea delle lingue



Il Consiglio d’Europa ha istituito per il 26 settembre la giornata europea delle lingue. In tutta Europa infatti, vengono organizzati molteplici eventi in occasione della giornata, eventi per bambini, programmi televisivi e in radio, conferenze. 
Ma riflettiamo…Qual è l’importanza del linguaggio verbale?Sicuramente la prima cosa da dire è che  il linguaggio è una caratteristica di ogni essere vivente.Anche gli animali comunicano tra di loro e trasmettono segnali a noi umani.
Poi abbiamo il linguaggio verbale che è una caratteristica solo dell’essere umano. Al mondo esistono tante lingue diverse, ma non possiamo sicuramente dire che una sia più importante di un’altra, semplicemente può essere più diffusa. Successivamente aggiungerei che tutte hanno la stessa funzione, ovvero quella di rispondere al bisogno umano per comunicare. Quest’ultima parola è molto importante e utile per l’essere umano e soprattutto possiamo farlo in tanti modi. Il modo universale per comunicare sono i gesti, che possono avere delle piccole variazioni tra le varie culture, ma sono sempre simili, spesso universalmente riconosciuti. Un altro modo per comunicare sono i suoni, per esempio, il pianto di un neonato ha lo scopo di farci capire che ha bisogno di qualcosa, come del cibo, dell’acqua,di affetto…
Ma andiamo nei dettagli; a cosa serve realmente la lingua? 
La lingua serve a trasformare i pensieri in parole. Facendo un esempio molto elementare, è come quando siamo ad un’interrogazione e pensiamo alla risposta della domanda che ci viene posta. Una volta fatto ciò diciamo al professore il nostro pensiero e lui ci dice se è corretto o meno. La lingua ci serve per comunicare idee, pensieri…Ciò è molto importante quando facciamo un lavoro di gruppo; quindi serve a saper parlare ed esprimere le nostre opinioni. La lingua serve anche a esprimere sentimenti,emozioni.
Adesso ho deciso di aggiungere qualche curiosità al testo…E’ incredibile, ma nella sola Londra si parlano 300 lingue diverse. Il 56% dei cittadini europei parla una lingua diversa dalla propria lingua madre, il 28% padroneggia due lingue straniere, il 38% sa l'inglese, il 14% sa il francese o il tedesco. Il tipico europeo che parla più lingue è uno studente, un manager o è nato in un paese la cui lingua è diversa da quella dei genitori. Vorrei adesso esprimere una mia riflessione finale: penso che questa giornata sia molto importante e bella con tutti gli eventi che vengono realizzati per cogliere l’occasione di radunare le persone e far scoprire nuove lingue e raccontare storie. Ma soprattutto per far capire che la lingua di un determinato paese narra tutta la sua cultura, le sue tradizioni, insomma il suo passato.
Volevo infine citare la frase di George Stainer che dice: 
Quando una lingua muore, il modo di intendere il mondo, il modo di guardare il mondo, muore insieme ad essa”.
Scialla Claudia 
III D


sabato 9 giugno 2018

Che cosa resta di un anno scolastico


Che cosa resta di un anno scolastico? Ci vuole coraggio per certe domande.
Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200 giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni docente abbia materia sufficiente per uno o due romanzi. Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare scrittore, altrimenti sarei rimasto schiacciato da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare, vivere, sfiorare. Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti: dopo un anno che cosa resta?
.....
Gli eventi ci impastano e dentro di noi siamo alla ricerca del centro che non siamo disposti a negoziare con niente e nessuno, il lievito che, nel mutare continuo delle circostanze, ci permette di dare ampio consenso alla vita senza esserne vittime. È così a 35 anni, figuriamoci tra i 14 e i 18. Ogni anno è una vita in miniatura a quell’età, e quei 200 giorni un’esistenza in carne viva come è la pelle dell’adolescenza, durante la quale il mutamento è la regola e il rifiutare il mondo il suo corollario. Che cosa posso mai accettare, se non riesco ad accettare chi sono neanche per un giorno?

Per questo scrivo di ragazzi nelle mie storie. Il verbo latino adolescere viene da una radice che indica il “portare a compimento qualcosa” e il participio passato di questo verbo latino è adultus. Per diventare adulti bisogna “adolescere” bene. Da adulti poi bisognerebbe mantenere ciò per cui l’adolescenza è fatta: trovare per che cosa valga la pena giocarsi la vita futura, senza compromessi, con quella fame di verità, bellezza e autenticità che è la costante delle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni a diverse latitudini del nostro Paese.

Quando ci decideremo a rinnovare il paradigma che interpreta le età della vita come compartimenti stagni da superare e chiudersi alle spalle? Quando cominceremo a raccontare la vita come continuum in cui le età si mescolano continuamente e ritornano, soprattutto quando alcune fasi sono state trascurate? Solo così trasformeremo l’adolescenza da una malattia ad una possibilità, l’adolescente da oggetto da risolvere a soggetto capace di creare. Ma questa è un’altra storia.

Che cosa resta di quest’anno? Voti? Interrogazioni? Compiti? Programmi? Scartoffie? Note? Tutto questo lo laveranno via le prime settimane di vacanze. Quello che resta è invece la solita umile, usata, difficilissima arte di vivere: quanto sono cresciuto nell’amore ai miei colleghi e ai miei studenti?

Purtroppo non ha memoria la vita se non dell’amore declinato nelle sue molteplici e quotidianissime forme: quanto tempo dedicato a quella lezione per raccontarla proprio a quegli studenti, diversi da quelli dell’anno prima? Quanto tempo trascorso con un collega in cerca di strategie migliori per la la loro crescita? Quanto tempo dedicato al quaderno con una pagina per ogni alunno con su scritti i punti forti e i punti deboli, per aiutarlo a superare i secondi grazie ai primi? Quanto tempo speso con ragazzi al di fuori dall’ora di lezione? E quanto tempo perso a sparlare e demolire?

Qualche giorno fa, in un momento di sconforto burocratico, ho formulato una legge: somma il numero di ore impiegate a parlare dei e con i ragazzi, sottrai il numero di ore dedicate a compilare carte e registri. Il risultato, spesso purtroppo negativo, è la scuola italiana.
E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro.

Spesso ho sentito dire da alcuni colleghi che noi siamo seminatori di dubbi. Io preferisco dire seminatori di domande. Ma prima dobbiamo trovare il coraggio di porle a noi stessi: che cosa resta di quest’anno?
Alessandro D'Avenia
La Stampa, 14 giugno 2012

martedì 29 maggio 2018

Amore.
Ognuno di noi ha la propria visione dell’amore, ognuno di noi lo vive in modo diverso.
Il concetto alla base però è sempre quello, esiste lui di fondo. Esistono tanti modi di amare, esistono tante forme dell’amore. 
Siamo esseri umani e sì, ci innamoriamo, perché è questo che ci tiene vivi, un po’ più pieni.
L’amore non ha alcun tipo d vincolo o di regola, nessuno schema reimpostato.
La società, però, lo impone. Appena nasciamo veniamo classificati come esseri eterosessuali, sottomessi ad una condizione alle volte non vera per noi, ci mostrano solo quell’aspetto dell’amore oltre il quale non si può andare, oltre il quale non esiste tolleranza. 
E forse, è proprio questo il punto, la non accettazione di una realtà, perché la comunità ci illude che ogni cosa che varca il limite stereotipato della ‘normalità’, viene considerata sbagliata, inaccettabile.
È necessario lavorare sulla chiusura mentale delle persone, perché così non va, non si può essere incerti su quella che è, alla fine, solo una scelta.
Si, ecco, si tratta anche di libertà di scelta, essere liberi di esprimere se stessi per come si è senza nascondersi, fino a reprimere il proprio orientamento sessuale.
Ognuno di noi merita di poter essere, di poter amare, senza doversi curare di nulla, se non della propria felicità.
Non esiste cura per ciò che non è malattia, eppure, non molto tempo fa, l’omosessualità veniva classificata tale, in effetti, solo il 17 maggio del 1990, è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali, da questo, nasce la giornata mondiale contro l’omo-bi-trans-fobia.
È questo che mi fa riflettere, il fatto che addirittura esista una giornata contro quella che è, contrariamente a molti, una discriminazione e non una opinione.
Perché le opinioni, pur contrastanti, nella maggior parte dei casi lasciano –o almeno, dovrebbero lasciare- libertà in qualsiasi caso, di prendere una delle due parti senza disturbare l’altra.
Io mi chiedo,però, come si faccia a prendere le difese di una discriminazione, sebbene io sia consapevole che l’omosessualità in sé non rientri in alcun ambito religioso o scientifico, sebbene sia  di per sé “contro natura”, non si può evitare di quantomeno tollerare una naturale tendenza dell’essere umano.
Appunto per questo, perché si parla di umani, di diritti umani, persone uguali a tutti, alla base di tutto dovrebbe esserci tolleranza, ma ancor di più, semplicemente rispetto.
Ma nonostante tutto, questo rispetto continua a non esserci. L’omosessualità, difatti, è diventata questione politica, in cui, purtroppo, ci sono ancora persone anche di una certa rilevanza nella società che non riescono ad accettare tale variante sessuale e addirittura si battono al fine di contrastare i diritti civili degli omosessuali, tra cui soprattutto l’unione civile. 
Su questo, si incentra quindi il mio pensiero: dov’è la differenza? Essendo consapevoli che ognuno di noi possiede libertà, in grado di poter decidere per se stesso, padrone della sua vita, che ami un uomo o una donna, dov’è la differenza?
L’unica cosa che, in realtà, divide l’eterosessuale dall’omosessuale è solo un suffisso, dato che non può, un orientamento, cambiare l’essenza di una persona.
L’omosessualità, però, al giorno d’oggi risuona come un rischio, un pericolo, perché la comunità di fronte al “diverso” chiude le porte, emargina.
Il nostro compito, in quanto nuova generazione, è quello di aprirle, invece, le porte, perché l’omosessualità non ha colpe e non necessita di giustificazioni, non è svantaggiata e deve avere tutti i diritti dell’eterosessuale, dal primo all’ultimo.
Perché è di libertà che stiamo parlando, ed essa va data a tutti in egual modo, senza distinzione di etnia, religione, posizione sociale, e, appunto, orientamento sessuale.