sabato 9 giugno 2018

Che cosa resta di un anno scolastico


Che cosa resta di un anno scolastico? Ci vuole coraggio per certe domande.
Riassumere in poche battute quello che accade nel vorticoso spazio di 200 giorni è impossibile. Basta un anno scolastico perché ogni studente e ogni docente abbia materia sufficiente per uno o due romanzi. Credo sia la scuola ad avermi costretto a diventare scrittore, altrimenti sarei rimasto schiacciato da tutte le storie che ogni anno mi capita di attraversare, vivere, sfiorare. Scrivere è usare una rete da pesca: ha la sua paradossale forza nei buchi, che lasciano passare l’ovvio della vita, e nei nodi, che trattengono ciò che si nasconde e sfugge sempre. Provo a tirare su le reti: dopo un anno che cosa resta?
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Gli eventi ci impastano e dentro di noi siamo alla ricerca del centro che non siamo disposti a negoziare con niente e nessuno, il lievito che, nel mutare continuo delle circostanze, ci permette di dare ampio consenso alla vita senza esserne vittime. È così a 35 anni, figuriamoci tra i 14 e i 18. Ogni anno è una vita in miniatura a quell’età, e quei 200 giorni un’esistenza in carne viva come è la pelle dell’adolescenza, durante la quale il mutamento è la regola e il rifiutare il mondo il suo corollario. Che cosa posso mai accettare, se non riesco ad accettare chi sono neanche per un giorno?

Per questo scrivo di ragazzi nelle mie storie. Il verbo latino adolescere viene da una radice che indica il “portare a compimento qualcosa” e il participio passato di questo verbo latino è adultus. Per diventare adulti bisogna “adolescere” bene. Da adulti poi bisognerebbe mantenere ciò per cui l’adolescenza è fatta: trovare per che cosa valga la pena giocarsi la vita futura, senza compromessi, con quella fame di verità, bellezza e autenticità che è la costante delle centinaia di ragazzi che ho incontrato in questi anni a diverse latitudini del nostro Paese.

Quando ci decideremo a rinnovare il paradigma che interpreta le età della vita come compartimenti stagni da superare e chiudersi alle spalle? Quando cominceremo a raccontare la vita come continuum in cui le età si mescolano continuamente e ritornano, soprattutto quando alcune fasi sono state trascurate? Solo così trasformeremo l’adolescenza da una malattia ad una possibilità, l’adolescente da oggetto da risolvere a soggetto capace di creare. Ma questa è un’altra storia.

Che cosa resta di quest’anno? Voti? Interrogazioni? Compiti? Programmi? Scartoffie? Note? Tutto questo lo laveranno via le prime settimane di vacanze. Quello che resta è invece la solita umile, usata, difficilissima arte di vivere: quanto sono cresciuto nell’amore ai miei colleghi e ai miei studenti?

Purtroppo non ha memoria la vita se non dell’amore declinato nelle sue molteplici e quotidianissime forme: quanto tempo dedicato a quella lezione per raccontarla proprio a quegli studenti, diversi da quelli dell’anno prima? Quanto tempo trascorso con un collega in cerca di strategie migliori per la la loro crescita? Quanto tempo dedicato al quaderno con una pagina per ogni alunno con su scritti i punti forti e i punti deboli, per aiutarlo a superare i secondi grazie ai primi? Quanto tempo speso con ragazzi al di fuori dall’ora di lezione? E quanto tempo perso a sparlare e demolire?

Qualche giorno fa, in un momento di sconforto burocratico, ho formulato una legge: somma il numero di ore impiegate a parlare dei e con i ragazzi, sottrai il numero di ore dedicate a compilare carte e registri. Il risultato, spesso purtroppo negativo, è la scuola italiana.
E che cosa resterà di una scuola così? Quelle riunioni, quelle scartoffie? Non credo, nessuno vive e lavora per queste cose. Resteranno le vite dei ragazzi e le nostre, mutate e maturate con le loro, per un più pieno compimento nostro e loro.

Spesso ho sentito dire da alcuni colleghi che noi siamo seminatori di dubbi. Io preferisco dire seminatori di domande. Ma prima dobbiamo trovare il coraggio di porle a noi stessi: che cosa resta di quest’anno?
Alessandro D'Avenia
La Stampa, 14 giugno 2012

martedì 29 maggio 2018

Amore.
Ognuno di noi ha la propria visione dell’amore, ognuno di noi lo vive in modo diverso.
Il concetto alla base però è sempre quello, esiste lui di fondo. Esistono tanti modi di amare, esistono tante forme dell’amore. 
Siamo esseri umani e sì, ci innamoriamo, perché è questo che ci tiene vivi, un po’ più pieni.
L’amore non ha alcun tipo d vincolo o di regola, nessuno schema reimpostato.
La società, però, lo impone. Appena nasciamo veniamo classificati come esseri eterosessuali, sottomessi ad una condizione alle volte non vera per noi, ci mostrano solo quell’aspetto dell’amore oltre il quale non si può andare, oltre il quale non esiste tolleranza. 
E forse, è proprio questo il punto, la non accettazione di una realtà, perché la comunità ci illude che ogni cosa che varca il limite stereotipato della ‘normalità’, viene considerata sbagliata, inaccettabile.
È necessario lavorare sulla chiusura mentale delle persone, perché così non va, non si può essere incerti su quella che è, alla fine, solo una scelta.
Si, ecco, si tratta anche di libertà di scelta, essere liberi di esprimere se stessi per come si è senza nascondersi, fino a reprimere il proprio orientamento sessuale.
Ognuno di noi merita di poter essere, di poter amare, senza doversi curare di nulla, se non della propria felicità.
Non esiste cura per ciò che non è malattia, eppure, non molto tempo fa, l’omosessualità veniva classificata tale, in effetti, solo il 17 maggio del 1990, è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali, da questo, nasce la giornata mondiale contro l’omo-bi-trans-fobia.
È questo che mi fa riflettere, il fatto che addirittura esista una giornata contro quella che è, contrariamente a molti, una discriminazione e non una opinione.
Perché le opinioni, pur contrastanti, nella maggior parte dei casi lasciano –o almeno, dovrebbero lasciare- libertà in qualsiasi caso, di prendere una delle due parti senza disturbare l’altra.
Io mi chiedo,però, come si faccia a prendere le difese di una discriminazione, sebbene io sia consapevole che l’omosessualità in sé non rientri in alcun ambito religioso o scientifico, sebbene sia  di per sé “contro natura”, non si può evitare di quantomeno tollerare una naturale tendenza dell’essere umano.
Appunto per questo, perché si parla di umani, di diritti umani, persone uguali a tutti, alla base di tutto dovrebbe esserci tolleranza, ma ancor di più, semplicemente rispetto.
Ma nonostante tutto, questo rispetto continua a non esserci. L’omosessualità, difatti, è diventata questione politica, in cui, purtroppo, ci sono ancora persone anche di una certa rilevanza nella società che non riescono ad accettare tale variante sessuale e addirittura si battono al fine di contrastare i diritti civili degli omosessuali, tra cui soprattutto l’unione civile. 
Su questo, si incentra quindi il mio pensiero: dov’è la differenza? Essendo consapevoli che ognuno di noi possiede libertà, in grado di poter decidere per se stesso, padrone della sua vita, che ami un uomo o una donna, dov’è la differenza?
L’unica cosa che, in realtà, divide l’eterosessuale dall’omosessuale è solo un suffisso, dato che non può, un orientamento, cambiare l’essenza di una persona.
L’omosessualità, però, al giorno d’oggi risuona come un rischio, un pericolo, perché la comunità di fronte al “diverso” chiude le porte, emargina.
Il nostro compito, in quanto nuova generazione, è quello di aprirle, invece, le porte, perché l’omosessualità non ha colpe e non necessita di giustificazioni, non è svantaggiata e deve avere tutti i diritti dell’eterosessuale, dal primo all’ultimo.
Perché è di libertà che stiamo parlando, ed essa va data a tutti in egual modo, senza distinzione di etnia, religione, posizione sociale, e, appunto, orientamento sessuale.

domenica 27 maggio 2018

SONDAGGIO SUL BULLISMO


Al corso di “Giornale a scuola” abbiamo deciso di realizzare un sondaggio online interamente anonimo, in modo che ogni studente si potesse sentire libero di rispondere senza la paura di essere giudicato,per affrontare la tematica del bullismo e cyber-bullismo. Dai dati ottenuti nelle prime due domande abbiamo la percentuale maggiore(53.3%) di persone che affermano di conoscere molto sull’argomento del bullismo e cyber-bullismo  anche se ci sono minoranze che affermano di saperne meno, soprattutto per quel che riguarda il cyber-bullismo. Fortunatamente nella domanda successiva  il 70% ha risposto di non essere mai stato vittima di bullismo, ma il 16.7% afferma di esserlo stato e questo ci fa capire che spesso chi è vittima di bullismo difficilmente lo denuncia, pensando di peggiorare la situazione o di incorrere in problemi peggiori. Ciò significa che spesso il fenomeno del bullismo rimane nascosto, mentre sarebbe necessario parlarne per risolvere veramente le cose.
Un dato molto positivo lo troviamo alla domanda successiva: se l'intervistato ha mai avuto comportamenti da bullo. In questo caso, infatti,  il 100% dei ragazzi afferma di non essere mai stato un bullo  o un cyber-bullo. Dai dati ottenuti nella successiva domanda si afferma che le scene di questi atti di violenza siano state viste poche volte e alcuni ragazzi hanno anche raccontato le loro esperienze:
C’è chi lo ha vissuto sulla propria pelle, e chi ha assistito a scene abbastanza gravi ”Ho assistito ad atti di violenza fisica, non molto gravi, eppure, qualche volta è finita male. Io stesso ho visto con i miei occhi la paura di andare in determinati posti per alcune persone. Adesso va tutto bene, ma ci sono ancora tanti atti di bullismo, e anche cyberbullismo, pur se ridotto al social whatsapp, in cui spesso vengono mandate e dette cose non belle”.
Il 53.3% dei ragazzi afferma di aver sentito parlare di questa problematica soprattutto a scuola, il che è un dato necessario perché è molto importante parlarne soprattutto agli adolescenti. Nella domanda “Cosa faresti per far capire al bullo che sta sbagliando"ci sono state molte risposte di una grande importanza:
” Gli direi di mettersi nei panni della vittima e di pensare come sarebbe se facessero le stesse cose a lui.” ”Gli direi che non c'è bisogno di fare tutto questo perché tutti quanti siamo persone e abbiamo il diritto di vivere”. Gli direi che non è giusto nei confronti delle persone più deboli e come non vuole lui che gli sia fatto del male, fisicamente o psicologicamente, nemmeno la sua vittima lo vuole”.
Gli alunni credono che queste siano due problematiche molto importanti da dover affrontare: “Penso che siano gravi problemi che affrontiamo tutti i giorni chi da una parte chi dall'altra. Penso che sia solo una forma di autodifesa del bullo che non si sente abbastanza forte e deve farlo capire prendendo in giro persone messe peggio di lui”.
Il 16.7% ha detto di aver assistito a episodi di cyber-bullismo, il 90% afferma di non essere mai stato dalla parte del bullo ma fortunatamente il 46.7 % dice di essere stato dalla parte della vittima.
Anche in un'altra  domanda si è affermato un dato molto importante: circa il 36.7% afferma di non aver mai accettato richieste di amicizia da sconosciuti ma c’è una minoranza che dice di averlo fatto. Come ultima domanda il 76.7 % dice che non ha mai conosciuto persone che si fingevano suoi coetanei, ma  il 23.4 % li ha conosciuti anche se gran parte ha chiuso i rapporti con queste persone. Su questi dati la nostra ultima riflessione: siamo veramente consapevoli di tutti i rischi della rete e sappiamo gestire la nostra vita online? Forse, dai dati in nostro possesso, seppur rappresentino una piccola percentuale di ragazzi, non tutti lo sanno, quindi è necessario parlarne di più per evitare situazioni spiacevoli e problemi sempre più gravi.

Scialla Claudia 2D

Disturbi della Tecnologia


Le nuove tecnologie stanno permettendo all’uomo di compiere numerose scoperte e se da un lato, questi progressi, possiedono un valore notevole per la vita di ciascuno di noi, dall’altro lato sono in grado di produrre effetti collaterali indesiderati. Tra i nuovi disturbi provocati da un uso continuo di Internet vi è la nomophobia, nota come la paura di non avere accesso a un dispositivo mobile.  Questa sensazione, secondo un rapporto del “The Daily Mail”, riguarda ben il 77% delle persone, a seconda della fascia di età esaminata. Nel complesso, il 66% di tutti gli utenti sperimenta ansia e nervosismo in presenza di batteria del cellulare scarica o nell’eventualità in cui ci si dimentica del dispositivo mobile a casa. Due disturbi molto diffusi con l’avvento delle nuove tecnologie, sono la cosiddetta dipendenza da internet e la dipendenza da gioco on line, vale a dire un uso sconsiderato di internet in grado di provocare effetti negativi nella vita della persona. Le ricerche condotte su questo costrutto hanno dimostrato, inoltre, che chi è dipendente da internet, non sempre mostra una totale mancanza di consapevolezza rispetto al suo problema e di fronte al desiderio impellente di navigare on line, il soggetto, può mettere in atto tutta una serie di comportamenti finalizzati ad evitare di cedere alla tentazione. 
Il tentativo di tenere sotto controllo l’utilizzo di internet, paradossalmente però, finisce col rendere ancora più forte  il desiderio di navigare e conduce la persona a cedervi senza controllo. Sono ormai numerosi gli approcci psicologici che si occupano di tali problematiche, un esempio è l’approccio strategico breve. Molti ragazzi per via di questo disturbo vanno a letto ma non riescono a dormire. Sono esausti e si svegliano stanchi. Non riescono a spegnere il loro cervello. Nei casi più gravi, sopraggiungono ansia, esaurimento nervoso, difficoltà di interazione…Conseguenze peggiori per i bambini. Diminuzione della memoria e incapacità a sviluppare “la parte del cervello legata alla concentrazione”.  
Riguardo a tutto questo voglio aggiungere un commento personale riguardo al libro che sto leggendo, la cui autrice Elisa Maino parla di una ragazza, Evy, che invece di andare al mare a divertirsi con gli amici va in montagna dalla nonna, dove non c’è la connessione. Quindi sarà costretta a vivere un’ avventura senza la solita vita sociale.
Rebecca Giaquinto
2^D


venerdì 25 maggio 2018

Consigli per una buona 

raccolta differenziata:

IL VETRO

Il vetro si deposita nel cassetto di colore verde e viene raccolto il giovedì mattina dagli operatori ecologici.

COSA INSERIRE E COSA NON INSERIRE:
Non si può inserire: lastre di vetro retinato, oggetti di ceramica o porcellana ,lampadine e tubi di neon , barattoli con resti di colori e vernici , plastica e specchi.                         
Cosa si può inserire:bottiglie , vasi , insalatiere , finestre , vetro delle cornici , piatti , bicchieri , vassoi , mensole di vetro , vasetti per alimenti , il vetro degli sportelli , vetrine dei negozi.

IL PROCESSO DEL RICICLO DE VETRO AVVIENE IN SEI FASI:

1 RACCOLTA:il vetro viene raccolto il giovedì mattina.
2 SELEZIONE:il vetro raccolto viene selezionato per eliminare le impurità: plastica , ceramica, metalli , carta ecc…
3 FRANTUMAZIONE:il vetro viene frantumato omogeneamente e quindi viene lavato. 
4 VETRERIA:dopo il trattamento il vetro viene trasportato nella vetreria 
5 FORNO:la massa dei frantumi viene scomposta nelle sue materie prime grazie alla fusione del forno
6 NUOVI OGGETTI:il nuovo vetro viene utilizzato per costruire nuovi oggetti , riutilizzando i rottami fino all’ 80%. Si ricavano:bicchieri , barattoli , vetri per occhiali , termometri , specchi , bottiglie…
Il vetro è riciclabile infinite volte se tenuto in condizioni adatte.

LA CARTA

Cosa non inserire e cosa inserire:
Non si può inserire:scontrini , carta forno , contenitori sporchi  , carta stagnata , carta oleata , porta plastificata e fazzoletti di carta . 
Cosa si può inserire scatole , scatolini , quaderni , giornali e riviste , cartone della pizza pulito, carta da pacchi , imballaggi carta , cartoncini per alimenti , scatole medicine e tetrapack.

DOVE E COME VIENE CONFERITO:
I rifiuti di carta si depongono nel sacchetto di colore grigio , ben chiuso il giovedì sera dalle ore 20:00 alle ore 24:00 e vengono prelevati il venerdì mattina.
La carta può essere riciclata 7 volte. 

Marco Arena
Marco Amorese
IG