venerdì 17 marzo 2017

Dalla pelle fino al cuore


Il pianto di un bambino, la cosa più bella e allo stesso tempo più brutta che una persona possa vedere. Il pianto della vita, di quella vita che inizia a sbocciare, che inizia a fiorire, a intraprendere un percorso, che inizia a compiere vie complicate, sbagliate, piene di curve e divieti, quella vita che inizia felice e all’improvviso diventa triste, strana, divertente e poi ancora sofferente e dolorante, e poi nuovamente gioiosa.
 Il pianto di un bambino,  di quel bambino che rende la vita di un uomo ed una donna stupenda, quel bambino che simboleggia l’unica ragione di vita per due persone, quel bambino che rappresenta tutto, quel tutto infinito di una vita spensierata. 
Ma è semplice riuscire ad immaginare tutto perfetto e felice, riuscire a vedere solo le cose belle e mai quelle brutte, riuscire a vedere solo la gioia e mai la tristezza. Ma cosa accadrebbe se vi dicessi che milioni e milioni di bambini soffrono, come reagireste se vi dicessi che in Italia più di centomila bambini l’anno subiscono abusi e violenze? Cosa fareste se vi dicessi che i primi a nascondere tutto siamo proprio noi, già siamo proprio noi, gente comune, vicini di casa, persone care che vedono, ma fingono di non farlo, proprio noi che nascondiamo l’evidenza, che trasformiamo graffi, lividi, rossori in piccole cose.
È più semplice riuscire a pensare al pianto della vita, al pianto che mostra la nascita di un bambino, piuttosto che pensare ad un pianto di dolore, ad un pianto che lacera, che distrugge.
È più semplice pensare che ogni genitore ami il proprio figlio, pensare che ogni singolo bambino al mondo sia protetto, e invece non è sempre così. Già, non è sempre così!
Non è semplice, invece, pensare ad un maltrattamento, pensare  ad una violenza, ad uno schiaffo, pensare a quella spensieratezza che viene strappata via ad un bambino, pensare a quella cintura che lascia tantissimi segni.
E ancor meno semplice è pensare cosa prova un bambino, un ragazzo nella propria mente che inizia a disconnettersi, che inizia a cambiare pensiero, che inizia ad incolparsi.

Finora ho analizzato solo gli aspetti dal punto di vista fisico, ma dal punto di vista psichico? Sappiamo davvero, tutti noi, cosa significa subire violenza psicologica? Siamo davvero in grado di comprendere come si senta un bambino a sentirsi dire cose così brutali, così offensive che colpiscono nel profondo? Io non credo proprio! Non tutti sono in grado di farlo! A malapena siamo in grado di vedere i segni fisici figuriamoci i segni del cuore, dell’anima. Io credo che si sentano come in un inferno, in quell’inferno che li blocca, che li piega. Si sentono colpevoli di un qualcosa in cui loro non c’entrano niente, sono impauriti, spaventati dall’idea di perdere una persona “cara”, un “genitore” che li maltratta e che può essere chiamato in qualunque modo, ma mai genitore. Il genitore è quella persona che ti insegna, che a volte ti dice cose brutte, ma che poi si pente, il genitore non è cattivo, non è quella persona che ti fa sentire colpevole, un genitore non viola il tuo corpo, e neanche la tua mente. Questi genitori sono l’inferno. E sapete cos’è l’inferno? L’inferno è un bambino sfregiato da fuori verso dentro, dalla pelle fino al cuore!
Lavinia Tedesco